Figli di ritorno: quando i laureati in città tornano in vigna e cambiano le regole del gioco
Luca ha ventotto anni, una laurea magistrale in Scienze Gastronomiche a Pollenzo e tre anni passati a lavorare in una cantina biodinamica in Alsazia. Quando è tornato a casa, nell'azienda di famiglia a Dolegna del Collio, la prima cosa che ha proposto a suo padre era di smettere di usare il diserbo chimico sotto i filari.
Suo padre, che quei filari li lavora da quarant'anni, lo ha guardato come si guarda qualcuno che ha detto una cosa profondamente stupida.
«È stata una discussione lunga», ammette Luca, con il sorriso di chi ha già metabolizzato quella scena. «Molto lunga. Sono passati sei mesi prima che riuscissimo a trovare un compromesso. Ma alla fine l'abbiamo trovato».
Un fenomeno in crescita
Nel Collio, come in molte altre zone agricole italiane di qualità, si sta assistendo a un fenomeno interessante: la generazione dei trenta-quarantenni, quella che negli anni Novanta e Duemila aveva lasciato la campagna per studiare e lavorare in città, sta tornando. Non tutta, ovviamente. Ma una parte significativa.
I motivi sono diversi: il richiamo della terra, la crisi del mercato del lavoro urbano, la pandemia che ha rimescolato le priorità, e in alcuni casi semplicemente il momento in cui i genitori hanno bisogno di un ricambio generazionale e l'azienda di famiglia rischia altrimenti di chiudere.
Ma questi figli tornano diversi da come sono partiti. Hanno visto altri modi di fare le cose. Hanno studiato concetti come sostenibilità, economia circolare, esperienza del cliente, comunicazione digitale. E quando atterrano di nuovo tra i filari del Collio, portano con sé un bagaglio di idee che spesso va in rotta di collisione con quello che i genitori hanno sempre fatto.
Le battaglie più comuni
Se si parla con i giovani rientrati nelle aziende agricole del Collio, emergono alcune aree di conflitto ricorrenti.
La prima è la chimica. Quasi tutti i figli di ritorno spingono verso una riduzione drastica — o una totale eliminazione — dei prodotti di sintesi. I genitori, che hanno costruito la loro produttività su certi equilibri consolidati, resistono con argomenti pratici: il rischio di perdere raccolti, i costi aggiuntivi, l'incertezza dei risultati.
La seconda è la comunicazione. I giovani vogliono presenze sui social, siti web rifatti, esperienze fotografabili da proporre agli ospiti. I genitori trovano tutto questo spesso frivolo, a volte fastidioso. «Mio padre mi diceva che il vino buono si vende da solo», racconta Elena, che gestisce insieme alla famiglia un agriturismo vicino a Cormòns. «Ho impiegato un anno a convincerlo che non era più così, o almeno non abbastanza».
La terza area di scontro riguarda l'accoglienza. I figli vogliono strutturare esperienze, creare pacchetti, pensare agli ospiti come a persone che cercano qualcosa di più di un letto e una cena. I genitori tendono a un'ospitalità più spontanea, meno organizzata, che ai loro occhi è più autentica.
Dove nasce la creatività
Eppure, ed è questo il punto più interessante, da questi conflitti sta emergendo qualcosa di genuinamente nuovo.
Le aziende dove convivono — anche faticosamente — la visione dei padri e quella dei figli tendono a sviluppare una proposta più ricca e sfaccettata di quelle dove una sola generazione ha il controllo totale. La tradizione fornisce la radice, l'innovazione fornisce la direzione. E il risultato, quando funziona, è una sintesi che nessuno dei due avrebbe potuto raggiungere da solo.
Nell'agriturismo di Luca, per esempio, oggi si pratica la gestione integrata: nessun diserbo chimico, ma non ancora la conversione biodinamica completa che lui sogna. Un compromesso che suo padre ha accettato dopo aver visto i risultati della prima stagione. «Mi ha detto che le uve sembravano più sane. Non me l'ha detto sorridendo, ma me l'ha detto».
Il valore del conflitto
Uno degli errori più comuni quando si parla di ricambio generazionale in agricoltura è trattarlo come un problema da risolvere: come se l'obiettivo fosse arrivare a un accordo che elimini le tensioni. Ma forse le tensioni non vanno eliminate. Forse vanno gestite, coltivate quasi, perché è da lì che viene l'energia del cambiamento.
I migliori agriturismi del Collio che stanno attraversando questa transizione generazionale non sono quelli dove i figli hanno vinto o dove i genitori hanno resistito a tutto. Sono quelli dove le due parti si ascoltano — a volte urlandosi addosso, ma ascoltandosi — e trovano soluzioni che nessuno aveva immaginato prima di sedersi a discutere.
«Mia madre mi ha insegnato a fare il frico nel modo in cui lo faceva sua madre», dice Elena. «Io ho aggiunto una versione con il formaggio di capra biologico che prendiamo da un produttore vicino. Adesso le servono entrambe, in sequenza. Gli ospiti impazziscono».
Un Collio che cambia senza dimenticarsi
Quello che sta succedendo nelle famiglie agricole del Collio è, in fondo, una storia molto italiana: la difficoltà — e la necessità — di fare i conti con il passato mentre si costruisce il futuro. Non è una storia semplice, e non sempre ha un lieto fine immediato.
Ma ha qualcosa di profondamente vitale. Perché un territorio che smette di discutere su se stesso è un territorio che ha smesso di crescere. E il Collio, per fortuna, non ha nessuna intenzione di smettere.
Luca e suo padre quest'anno vendemmieranno insieme per la quarta stagione consecutiva. Non sono sempre d'accordo. Ma sono lì, entrambi, con le mani nella stessa terra.