Ho piantato il vitigno sbagliato e ve lo dico: il Collio che si assume le sue colpe
Nelle brochure enoturistiche nessuno sbaglia mai. I vignaioli sono tutti saggi fin dalla nascita, le scelte di coltivazione sono sempre illuminate e ogni bottiglia racconta una storia di armonia con il territorio. Basta. È una narrazione comoda, e soprattutto è falsa. Chi lavora la terra sa che l'agricoltura è, in buona parte, la gestione degli errori. E nel Collio ce ne sono di bei grossi, raccontati a voce ma mai per iscritto. Facciamolo noi.
Il vitigno sbagliato
La storia che sentiamo più spesso riguarda gli anni Novanta e Duemila: il boom dei vini internazionali spingeva tutti verso merlot, chardonnay, sauvignon. Alcuni hanno strappato vigneti di vitigni autoctoni per piantare ciò che il mercato chiedeva. Poi il mercato ha cambiato idea, e chi aveva puntato tutto sull'internazionale si è ritrovato con vini buoni ma senza identità, in una zona che nel frattempo aveva capito che la sua forza erano il friulano, la ribolla, l'ocs.
Eppure — ed è qui che la storia si fa interessante — qualcuno di quei «sbagli» ha prodotto risultati inattesi. Un merlot piantato su un terreno di ponca dove non c'entrava niente si è rivelato, dopo vent'anni, un vino sorprendente: il territorio lo aveva rimodellato, reso più minerale, più nervoso. L'errore iniziale, non corretto per mancanza di soldi per strappare, è diventato un micro-cru per caso.
Investire male, imparare bene
Non di solo vitigno si sbaglia. C'è chi ha ristrutturato la cantina con fondi che poi sono finiti, chi ha aperto un agriturismo troppo grande e troppo presto, chi ha puntato tutto su un canale di vendita che è evaporato. La differenza la fa come si reagisce. Chi ha aperto troppe camere ha imparato a fare piccoli gruppi, e oggi fa ospitalità migliore di chi ha sempre avuto le dimensioni giuste. Chi ha sbagliato canale di vendita ha scoperto la vendita diretta, e ora conosce i suoi clienti per nome.
Contro la retorica della perfezione
Perché raccontare tutto questo? Perché la retorica della perfezione rurale fa danni veri. Fa sentire inadeguati i giovani che si laureano e tornano in campagna sbagliando alla prima vendemmia. Fa credere ai turisti che l'agriturismo sia una scenografia invece che un lavoro. E soprattutto impedisce di capire cosa significa davvero fare impresa in collina: rimboccarsi le maniche dopo che qualcosa è andato storto, e magari scoprire che quel pasticcio sapeva di vino migliore del piano originale.
Alla prossima degustazione, quando qualcuno vi dirà che quella bottiglia «racconta una storia di armonia perfetta col territorio», sorridete. Le storie vere hanno quasi sempre una svista di mezzo. E nel Collio, per fortuna, ce ne sono ancora tante da raccontare — e da bere.